Tra retorica e sicurezza.
La nuova frontiera della morte compassionevole comminata a una persona che ha soltanto bisogno di essere nutrita e dissetata (come un neonato, come un anziano, come migliaia di persone nelle sue condizioni) è presidiata da ieri sera dal sorriso partecipe di Fabio Fazio, maestro di cerimonie di “Chetempochefa” (RaiTre-Endemol), autorevole fiera delle vanità da ceto medio riflessivo. Subito dopo il critico musicale Gino Castaldo, che parlava di De André, e subito prima dell'astrofisica girotondina Margherita Hack, per venticinque minuti un Fazio un po' impacciato ha intervistato Beppino Englaro, padre e tutore di Eluana, la donna di trentanove anni che da diciassette è in stato vegetativo dopo un incidente. L'uomo che aveva invocato il silenzio stampa sulla vicenda e che aveva annunciato di voler essere il primo a osservarlo. Englaro è andato ospite di Fazio a spiegare perché vuole la fine della vita per sua figlia.
Lo ha nuovamente chiamato esercizio di libertà, adempimento della volontà della ragazza, atto
di giustizia in nome dell'amore che porta a sua figlia (e nessuno, naturalmente, ha il diritto di dubitare della sua sincerità). Una promessa da mantenere, “un patto di sangue da rispettare”.
Englaro è arrivato con il suo libro, “Eluana. La libertà e la vita”, pubblicato a ottobre da Rizzoli. Lo vediamo inquadrato e l'effetto, per un attimo, è più straniante che straziante, mentre Fazio ne elogia “limpidezza, chiarezza, trasparenza”. E' il romanzo – no, scusate – la storia di Eluana, raccontata da suo padre, dall'uomo che vuole darle la morte compassionevole, prima che sia possibile, perché si tratta di un debito in nome della libertà.
Nessun contraddittorio, qui non usa.
Nessun contraddittorio, ché da Fazio non si usa, e poi la trasmissione era registrata da una settimana. Nessuno, quindi, che spieghi cose molto semplici, addirittura banali: Eluana non è una malata terminale tenuta in vita a dispetto di una malattia mortale.
A ucciderla, se morirà alla Clinica Città di Udine come vorrebbe suo padre, non sarà una malattia – una qualsiasi. Sarà semplicemente la mancanza di cibo e di acqua, dal momento in cui il sondino attraverso cui le viene somministrato il nutrimento diventerà erogatore di sedativi e basta. Perché la trattano da morta, ma forse potrebbe soffrire, nessuno sa dire con certezza se può accadere.
Nessuno, soprattutto, che contesti l'affermazione fatta almeno cinque volte da Englaro su una sentenza che gli dà ragione e che secondo lui sarebbe direttamente esecutiva.
Non è così, ma all'intervistatore empatico Fabio Fazio non si può chiedere troppo. Può giusto fare un po' di poesia, quando cita Ceronetti e i suoi versi per Eluana. Il suo salotto è troppo azzurro, troppo graziosamente nuvoloso, per rincorrere la fatica di certi dettagli noiosi e sgradevoli. Beppino Englaro non è lì nemmeno per parlare del corpo di sua figlia, che è vivo e incredibilmente forte, e nemmeno del suo cervello che dà sempre segni di passaggio dal sonno alla veglia, o dei suoi occhi che si aprono e si chiudono, e nemmeno del fatto che Eluana conserva la capacità di deglutire.
Beppino Englaro vuole parlare di cose alte, di cose prime e di cose ultime.
Libertà fondamentali, autodeterminazione, dignità della vita, Costituzione. E' questa, la musica giusta per “Chetempochefa”. E' la marcia trionfale della “conquista di civiltà” che diventa marcia funebre.
E' bene che sia così, lo ha deciso un tribunale.
"Il Foglio" - gennaio 2009