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Roma. Quando Chiara (nome di fantasia) , incinta di poco più di un mese, ha deciso di abortire con il metodo chimico, non pensava certo che avrebbe rischiato seriamente di morirne. Per altre donne – almeno una trentina, secondo fonti vicine all'Aifa, ed è un dato finora tenuto accuratamente riservato dalla Exelgyn, l'azienda francese produttrice della pillola Ru486 – che come lei vi hanno fatto ricorso, è andata a finire peggio. Morte. Trentun anni, italiana che lavora a Londra , Chiara racconta al Foglio di essersi rivolta alla Marie Stopes International, la clinica londinese specializzata in “salute riproduttiva”, dove un'infermiera le ha chiesto soltanto la data del concepimento. Prima ancora di fare l'ecografia (unico esame cui è stata sottoposta) per accertare il grado di sviluppo della gravidanza, l'infermiera le aveva già consigliato di scegliere l'aborto chimico, quello di solito consigliato a chi come Chiara è incinta da meno di nove settimane. Ovvero l'assunzione di due diversi principi attivi, il mifepristone e una prostaglandina, che causano rispettivamente il distaccamento e l'espulsione del “prodotto del concepimento”. Convincerla a preferirlo alla soluzione chirurgica è stato facile: sostanzialmente, le aveva detto l'infermiera, non ci sono controindicazioni. Prima di prendere la prima pillola Chiara riceve tra le mani un opuscolo che le spiega per filo e per segno (o almeno così pareva) quello che le sarebbe successo nelle ore e nei giorni successivi. Non avrebbe dovuto restare sola in casa per due giorni e soprattutto qualcuno avrebbe dovuto accompagnarla a prendere la seconda pillola per poi riportarla a casa. Chiara ingoia la seconda dose e mette in borsa il numero di telefono da chiamare in caso di bisogno. Un numero a cui, poco dopo, risponderà un'altra infermiera che si limiterà a registrare le “complicazioni” sulla sua cartella. La stessa cartella che ora la clinica cerca di dissuaderla dal richiedere. Le avevano detto che questo tipo di aborto non era invasivo. Con la prima pillola infatti non aveva sentito nulla. “Invece è proprio la seconda fase che ti uccide, ti distrugge”, ci racconta. Avrebbe dovuto avere, come tutte , crampi simili a quelli mestruali, giramenti di testa e spossatezza, magari anche per qualche settimana. Venti minuti dopo aver preso la pillola, invece, a bordo di un'auto, nel traffico di Londra, ha avuto uno choc anafilattico da reazione allergica: unghie blu, vomito e perdita di conoscenza. “Non avrebbero dovuto dimettermi, ma tenermi in una struttura preparata ad affrontare eventuali emergenze”, dice Chiara. Con lei la pillola ha funzionato, l'aborto è riuscito, ma i dolori lancinanti sono continuati per quasi sei settimane, durante le quali, dietro consiglio della stessa clinica, è arrivata a prendere fino a 16 pillole di antidolorifico al giorno. Mentre era in casa da sola. Le è andata comunque meglio che a Manon Jones, diciottenne inglese convinta ad abortire perché la famiglia musulmana del fidanzato non avrebbe mai accettato la gravidanza. Vedendola star male nei giorni successivi all'assunzione della Ru486, la madre l'aveva riportata al Southmead Hospital di Bristol, dove è morta di emorragia quattro giorni dopo.
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