L'Unione europea non finanzierà attività di ricerca che implichino la distruzione di embrioni, ha stabilito il Consiglio dei Ministri dei Paesi Ue a Bruxelles. Apparentemente, potrebbe sembrare una vittoria. Ma, prosegue il dodicesimo comma del documento, «questo non impedirà alla Comunità di finanziare stadi successivi che coinvolgano cellule staminali embrionali umane». Dunque, finanziamenti comunitari per quei laboratori che, acquistate in Corea o in Australia linee di staminali embrionali già prodotte, sviluppino su queste la loro attività.
Un compromesso insomma, che, facendo salvo il rifiuto dell'Europa di distruggere, ammette tuttavia l'erogazione di fondi a chi si procuri altrove le linee staminali embrionali – prodotte, ovviamente, sacrificando embrioni. Ma non è ancora neanche questo il passaggio più ambiguo della decisione di Bruxelles. Il punto più inaccettabile è che in quel comma dodici non si fa cenno ad alcuna data di produzione delle linee di staminali utilizzabili.
E dunque resta aperta la possibilità che le linee in questione non provengano da embrioni crioconservati da anni, ma invece da quelli prodotti oggi, o anche domani, se non addirittura appositamente "ordinati". I risultati migliori, dicono le statistiche, si ottengono da embrioni di recente "produzione". Insomma, l'Unione Europea, che afferma di non voler finanziare ricerche che distruggano embrioni, non fissando una data limite alla produzione delle linee staminali utilizzabili, apre teoricamente la porta al commercio e alla fornitura di "materiale" umano fresco dai Paesi più deregolati. Se non addirittura all'ordinazione del "materiale" necessario.
Insomma, vietato finanziare chi seziona embrioni europei, ma permesso di acquistarli una volta ridotti al prodotto "lavorato". Chi si sporcherà le mani saranno altri, i fornitori. L'Europa avrà la coscienza a posto. Questo particolare della data limite mancante fa quasi rimpiangere l'emendamento Niebler, su cui pareva che l'Italia a Bruxelles dovesse – pur con sacrificio – attestarsi assieme alla Germania, e sul quale, al Parlamento europeo lo scorso 15 giugno, pure molti voti cattolici erano convenuti, una volta sconfitto il "no" reciso a ogni manipolazione embrionale dall'emendamento Gargani. Nel testo proposto dalla tedesca Angelika Niebler si ammetteva l'uso di embrioni crioconservati per la ricerca, ma solo di quelli prodotti anteriormente al dicembre 2003. E benchè non esista alcuna data certa oltre la quale si possa dire con sicurezza che un embrione non è più vitale, e il " cut-off " di cui parla il ministro Mussi sia solo una convenzione più politica che scientifica, quel 2003 era pur sempre un limite. Non sempre nuovi embrioni sarebbero stati distrutti, né prodotti altrove per far fronte alla "domanda" europea. E trasformati in linee di staminali da "lavorare" – è questo il punto – con l'apporto finanziario comunitario.
Davvero una vittoria, quell'affermazione secondo cui l'Europa non finanzierà ricerche distruttive sugli embrioni? C'è da dubitarne. Pare piuttosto, questa seconda missione del ministro Mussi, un'operazione più sottile di quella smaccata del ritiro della firma minoranza di blocco dei Paesi contrari a queste ricerche. Il ministro, insomma, prosegue per la sua strada, evidentemente con l'appoggio del Governo, ma sta imparando l'arte della diplomazia.
L'ultima speranza è che il ritorno a Strasburgo del Settimo Programma Quadro comporti, sulla ricerca sugli embrioni, auspicabili miglioramenti. Ma, visto il voto dello scorso giugno, pare ottimista crederci. Se la minoranza di blocco sostenuta dal precedente Governo fosse rimasta in piedi, non si potrebbe immaginare questo scenario di fornitori di staminali embrionali e di un'Europa che finanzia questa ricerca, ma mantiene le mani pulite. Invece, libera essendo la circolazione delle merci dall'estero verso l'Europa, altro non si potrà considerare quelle cellule – come ha scritto Emma Bonino – che "beni". Libere merci, nel libero mercato.
Marina Corradi
Agosto 2006